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GIADA GIULIA PUCCI

 

 

 

 

 

 

 

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a cura di Francesca di Nardo

Il punto di vista dello spettatore/osservatore è il presupposto per la visione e la conoscenza di una porzione di spazio. Lo sguardo implica una direzione ed una scelta. Scelta che riguarda non solo l’inquadratura, ma anche ciò che vi è contenuto. Lo sguardo è una scelta tutto sommato libera. Nelle installazioni di Giada Giulia Pucci lo spettatore perde questa sua autonomia, guidato alla visione da elementi scultorei ed architettonici che, come vettori, suggeriscono e impongono una visuale precisa. Negli interventi in spazi pubblici, come in quelli negli spazi espositivi, lo sguardo del pubblico cambia le proprie abitudini, in favore di una nuova percezione del luogo e di una riflessione che in particolare nello spazio mostra si incentra sul dispositivo esposizione stesso.
Alla base degli interventi dell’artista c’è il desiderio di dialogare e questionare un luogo mediante la ripetizione ed il ricollocamento di elementi di decoro architettonico spesso minimi, funzionali e normalmente sottovalutati dalla visione e dalla fruizione. Corrimani in ferro battuto, tubature, pareti divisorie smettono il loro ruolo, per trasformarsi in oggetti scultorei ricreati dall’artista, dall’estetica delicata, ma persistente.
La loro presenza silenziosa al limite del mimetismo, si impone sulla libera scelta dello sguardo del pubblico.

Francesca di Nardo: Nelle tue installazioni un ruolo centrale è svolto dallo sguardo, in un primo tempo il tuo, che coglie all'interno di uno spazio elementi focali, spesso minimi, che attraverso il tuo intervento, da comprimari diventano protagonisti delle modificazioni dei luoghi e del modo di esperirli, ma nel contempo inedite forme risolte... in un secondo tempo lo sguardo dello spettatore che deve riadattare la propria conoscenza visiva di ambienti conosciuti o che è obbligato tramite il tuo intervento ad applicare un determinato punto di vista da te suggerito. Come può cambiare la nostra percezione e conoscenza o esplorazione visiva dello spazio attraverso i tuoi interventi estetici e architettonici?

Giada Giulia Pucci: Nell’intervento  “dissertare/disertare” presente all’interno del Castello Colonna di Genazzano (Roma), l’attrazione per le antiche fosse è stata immediata: due spazi larghi 2 metri lunghi 15 e 50 metri ciascuno, a destra e a sinistra dell’entrata. Uno spazio che viene attraversato senza accorgersene, anticamente necessario alla sicurezza del castello ma oggi declassato a spazio di servizio. Ho ritratto il luogo amplificandone le caratteristiche, attraverso una sovrapposizione di elementi architettonici e non, segni di diversa origine e velature di luce.
L’intento è di creare uno scarto percettivo dell’immagine reale, uno scarto spesso di matrice astratta. In questo caso è realizzato attraverso un rimando di riflessi.
Ho variato quasi impercettibilmente l’immagine abituale del luogo (attraverso l’inserimento di balaustre, elemento già presente, e fasci di luce filtrati) cancellando la memoria dell’esperienza percettiva del fruitore abituale. Per il personale dello spazio l’intervento rappresenta l’ostacolo al fluido muoversi negli spazi, un continuo appunto di responsabilità.

FdN: Un secondo elemento fondamentale è l'architettura ed i suoi elementi decorativi. Nelle tue installazioni i veri protagonisti non sono mai le strutture portanti e macroscopiche, nè le parti esclusivamente decorative ed estetizzanti, ma piuttosto la vastissima gamma degli elementi funzionali che possono appartenere ad ogni luogo o ad un edificio: tubi, balaustre, prese, … Cosa ti interessa in questa ricerca architettonica?

GGP: Oggetti che si utilizzano per allestire una mostra, oggetti che appartengono a chi abita lo spazio, oggetti che servono ad evidenziare o ad abbellire l’evento…
Oggetti che hanno una loro precisa funzione che permette l’esistenza di un luogo (pareti, finestre, porte, impianti elettrici, idraulici o di riscaldamento,…), indispensabili per utilizzare lo spazio, unici elementi permanenti che nei miei interventi acquisiscono una funzione psicologica.
Gli elementi che scelgo sono comunemente considerati dei disturbi visivi, scarti che annulliamo nella percezione di un’immagine, soprattutto all’interno di uno spazio espositivo.
Essi hanno un significato, oggi rappresentano un contenuto nel contenitore; sono espressione dell’estetica concettuale, minimal, degli anni ’60, del white cube come valore.
Queste caratteristiche, più sono presenti, peraltro stimolando un approccio distaccato dalle cose verso una ricerca di stampo analitico, e più danno un’immagine importante allo spazio espositivo.
Acquistano uno specifico valore e spesso divengono prerogativa nella scelta dello spazio per gli stessi artisti.
Nicolas Bourriaud, parlando dell’artista Philippe Parreno, dice  “la realtà è strutturata come un linguaggio e l’arte permette di articolare tale linguaggio; non si denuncia nulla dall’esterno, bisogna prima abitare la forma che si vuole criticare. Quindi l’imitazione può sembrare sovversiva, molto più di tanti discorsi frontali che gesticolano la sovversione”.
Questo approccio permette agli elementi dell’installazione di non presentarsi al pubblico come un artificio o un manufatto ma di manifestarsi come un messaggio subliminale, coinvolgendo inconsciamente il fruitore. Lavorare sul concetto di negazione della presentazione credo sia la risposta a questi ultimi anni vissuti a Milano, l’attingere energia dagli elementi o dai luoghi non di scena, di secondo ordine, di servizio, d’accumulo, di passaggio e mal illuminati, di spontaneo disordine…
Così gli interventi appaiono silenziosi ma, attraverso un’attenta costruzione, dichiarano fortemente la volontà di recuperare una tensione audio-visiva, che diviene di volta in volta il soggetto.

FdN: Nell'istallazione concepita per la Galleria Artopia hai deciso di frammentare radicalmente lo spazio attraverso la ripetizione di alcuni elementi preesistenti. Quali sono state le caratteristiche dell'ambiente che ti hanno portata a questa scelta?

GGP: Non è principalmente una frammentazione. All’interno di un’unica installazione da un lato si nega la solita piacevolezza nella fruizione quando si entra in uno spazio espositivo, ciò avviene attraverso l’utilizzo di una prima parete e un’insieme di oggetti sparpagliati in disordine all’interno dello spazio che umanizzano l’ambiente. Dall’altro la ripetizione di un gruppo di elementi presente nella sala espositiva nel resto del perimetro spaziale restituisce un ritmo cadenzato del tutto integrato all’inserimento di tali oggetti.
Il distacco dall’opera deve essere colmato come quello dalla realtà quotidiana; la necessità di accumulare esperienze diverse diviene un continuo frammento del percorso di vita spontaneo.

FdN: In mostra, ma non nello spazio della galleria, sono presenti anche alcune fotografie di elementi dell'arredo della contigua abitazione. Che genere di sguardo hai voluto dare alla casa?

GGP: Le fotografie sono la rappresentazione della presentazione.



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